Versi in Pillole

Pillole bianche
tra le dita tremanti e
inconsapevoli del destino
giacciono
tra politiche democratiche e
conservatrici dell’essere
per combattere i fantasmi
del cuore in seconda fila.

Una sassolina

Advertisements

Giro Giro Tondo

Trabocchi voglia di scrivere e ti ritrovi a cancellare ogni cosa che ti viene in mente.

Ci sono così tanti pensieri che si accavallano e da cui non riesci a districarti.

Un labirinto di parole non dette e non scritte, solo pensate, che hanno voglia di uscire ma che rimangono dentro di te.

Continui a battere le dita sulla tastiera nella vana speranza che ad un certo punto qualcosa possa prendere forma, mentre il mondo fuori dalla tua stanza continua a girare nel suo moto perenne, così come le lancette dell’orologio. Gira tutto.

E tu? Rimani davanti ad uno schermo, a scrivere pensieri, così come vengono, mentre nelle orecchie permetti alle canzoni di darsi il cambio. Girano anche loro.

E ti viene in mente che sarebbe bello tornare bambina e giocare a Giro giro tondo

Casca il Mondo, Casca la Terra, Tutti giù per terra

Ma se la Terra cascasse dove andrebbe a finire?

Tanto non cadrà mai!

È vero, Lei continua a girare. Lei, piena di vita presa in prestito dagli esseri viventi, continua a girare mentre io me ne sto qui a scrivere e a chiedermi dove andremmo a finire se mai Lei si fermasse e precipitasse. Sai, sarebbe bello poter assistere ad una cosa del genere.

E poi? Poi finirebbe tutto, cadrebbe tutto nell’oblio, come se noi non fossimo mai esistiti, come se nulla ci fosse mai stato. Rimarranno l’Universo e le stelle che si sbeffeggeranno di noi, chiedendosi come è potuto accadere.

“Come hanno potuto gli Uomini credere che potessero essere eterni? Come hanno potuto rimandare e fermarsi quando avrebbero potuto correre? Come hanno potuto non combattere per le cose in cui credevano? Come hanno potuto lasciarsi andare?”

Ma l’Universo non lo sa. L’Universo e le sue stelle se ne stanno lì, distanti, nel loro mondo fatto di distaccata ironia e perfetta oscurità. Non sanno cosa significa avere dei sentimenti, cosa significa mettersi a ballare per un non nulla per poi cadere nel dolore.

Loro non lo capiranno mai cosa significa avere un labirinto di pensieri in testa.

E forse è meglio così.

Una sassolina

Run away

Corri o cammini?
Io corro!
Premettiamo che sono la persona più antisportiva sulla faccia della terra che, piuttosto che mettersi delle scarpe da ginnastica e andare a correre per far scendere la pancetta, preferirebbe rinunciare alla cioccolata e mille altre cose per dei mesi interi -ricordi di vita vissuta-.
Ma non intendo correre nel senso fisico della parola, piuttosto mentale.
Ci pensavo oggi, l’autostrada mi dà sempre da pensare.
Guidavo la mia macchina e pensavo a quella corsa che stavo facendo. Ovviamente ero seduta e l’unico sforzo fisico era quello di dover cambiare delle marce e girare il volante. Ma io correvo.
Correvo nei pensieri, nei ricordi, nel passato alla ricerca del momento in cui avevo smesso di ascoltare il gruppo che ho ripreso da poco tempo e che, ovviamente, mi ha accompagnata nel viaggio. Fino a poche ore fa credevo che quel gruppo lo avessi “abbandonato” per ragioni di cuore. Hai presente quando il tuo ragazzo ti dice “Ma ‘sto gruppo fa schifo!” e ti convinci che è vero? Ecco, credevo che fosse questa la ragione e invece no. No, perché ascoltando il cd mi sono tornati alla mente dei ricordi che vanno oltre quelle parole -senza contare che sulla musica io scherzo poco e non abbandonerei mai con facilità un gruppo perché mi viene detto “A me non piace”- ricordi che sono legati ad una canzone e che vanno addirittura oltre degli anni, da quelle parole e forse è lì che ho smesso. Ragioni di cuore, anche in quel caso? Forse. Ragioni di cuore diverse. Ragioni di stomaco, di cervello, di stati mentali.
A volte cerchiamo di eliminare alcune sensazioni dalla nostra mente a tal punto da accantonare tutto quello che le hanno accompagnate, anche se in quel momento sono state una valvola di sfogo o un abbraccio caloroso…
Era una canzone… Un’alba, delle scale da fare di corsa, l’accendersi una sigaretta e dare la prima boccata di nicotina, prima che iniziasse una nuova giornata fatta di pensieri, studio, parole, silenzi, visite… un’alba fatta di silenzio e musica.
E la corsa? Che c’entra? La corsa…
Io corro, schiaccio l’acceleratore quando le cose mi opprimono e inizio a sorpassare. Lo so, non è una cosa da fare, soprattutto quando si sta in discesa in autostrada! -Bambini non fatelo a casa!- Come se sorpassare due camion uno dietro l’altro che a te fanno anche paura e andare più veloce possa darti quel coraggio che sembra mancare.
Corri per non andare nel panico, corri per non fermarti perché sai che in alcuni momenti se ti fermassi non sapresti cosa fare. Non potresti fare più nulla. Corri via, te ne vai da tutto quello che pensi ed è stupido perché i pensieri stanno sempre lì eppure hai bisogno di farlo.
Diventa uno stato mentale.

Una volta l’ho fatto.
Mi alzavo la mattina per andare a correre prima di iniziare la mia vita. Devo ammettere che non era male, ma la pantofolaia che è in me, alla fine, dopo una settimana, riprese il sopravvento. Devo smetterla di far vincere sempre le altre parti di me. Non è salutare e me ne sono resa conto con gli anni. Correre dava un senso di libertà, anche se in fin dei conto non correvo proprio da nessuna parte. Rimanevo sempre nello stesso Paese a fare su e giù.
Lo stato fisico e quello mentale hanno due ragioni diverse.
Quando si corre mentalmente raggiungi luoghi e stati emotivi che non ti saresti mai immaginata di raggiungere. Come ascoltare quel cd in macchina. Sono tornata indietro, poi nel presente, ho continuato a correre fino alla barriera dell’autostrada –e lì ti fermi per forza- e di nuovo in un mondo tutto mio. Non sto certo dicendo che alla guida mi dissocio, sarebbe da incoscienti mettersi al volante in una condizione del genere, ma se pensassi solo alla strada sarebbe riduttivo e allora corro finché posso per poi arrivare a destinazione, quella fisica. Quella mentale ancora non l’ho trovata.

Una sassolina

Solitudine

Diciamoci la verità: a chi è che piace stare da soli?

A volte, è vero, è bello, bellissimo, stupendo e rigenerativo quasi. A volte hai bisogno di un momento di pausa e rimanere con te stesso, ma lo stato d’animo solitudine a chi è che piace? A nessuno, secondo me.

Non so nemmeno perché ne sto parlando.

Sono stata anni a ribadire il concetto che gli altri sono il male, che non mi servono, che potrei andare avanti da sola -e continuo a sottolineare il concetto perché a volte gli altri ti fanno solo sentire più inutile di quanto tu lo sia in realtà-, che non ho bisogno di nessuno, e invece, dopo che trascorri molte giornate ad odiare chi ti circonda e non -a volte odi le persone perché non ti circondano- ti ritrovi con un pugno di falene morte in mano, sola e con la voglia di scambiare quattro chiacchiere con qualcuno. Ma per dirgli cosa? Forse niente. Forse hai bisogno solo della presenza dell’altro.

C’è chi dice che chi non riesce a stare bene da solo, non riesce a stare bene nemmeno con gli altri. Probabilmente è lì che c’è il mio gap.

Forse. Dico forse perché in fondo, quando ho bisogno di stare per conto mio, lo faccio e ci riesco benissimo. Ma poi in realtà sono sola?

Pensaci: quando credi di stare da solo sei veramente solo con te stesso?

Parlo per me e dico ovviamente no: accendo lo stereo, metto le cuffie e sono in compagnia dei miei cantanti e musicisti preferiti, accendo internet e mi butto nella vita degli altri, scrivo, commento e chatto nei social network, leggo un libro e sono in compagnia dei personaggi che vivono quelle pagine fantastiche che io stessa sogno di vivere. E allora? Sono sola? Sì, sono sola, ma essendo un animale sociale, anche quando sto per conto mio, ho bisogno della presenza di qualcuno che sia di fantasia, che sia lontano mille miglia da me con il corpo, ma non con la voce e così via.

Noi non stiamo bene da soli. Non facciamo mai nulla da soli. Nemmeno guidare la macchina. Accendiamo la radio e andiamo, mentre cantiamo, parliamo con chi sta dall’altra parte ecc…

E allora quando possiamo provare l’ebbrezza di stare veramente da soli e a capire se siamo compatibili con noi stessi?

Dovremmo chiuderci in una stanza e non fare nulla.

A volte mi ritrovo a guardare la vita che scorre, affacciata alla finestra della mia camera.

In quel momento sono sola. Sola con me stessa e i miei pensieri.

Sensazione? Per niente bella. Ma le mie sensazioni non fanno testo, visto che sono quelle che sono.

Probabilmente non sono compatibile con me stessa o probabilmente non sono io quella strana ma è quella parte del genere umano che continua a credere che da soli si sta bene.

                                                                                                                                        Una sassolina

Prima e Dopo

tempo-che-sfugge

Quante volte dividiamo il nostro tempo e la nostra vita, mettendo un paletto che indica il prima e il dopo, come se un particolare evento ci abbia segnato e abbia dato una svolta alla nostra vita?

Prima era diverso. Prima ero diversa!

Come se volessimo dire prima andava meglio, adesso invece…

Quante volte lo abbiamo detto?

Poi in realtà, in apparenza, abbiamo continuato a vivere come sempre, abbiamo continuato a ridere per le solite stupidaggine, abbiamo continuato a piangere e prendercela per le stesse cose di sempre, abbiamo continuato a fare gli stessi errori e così via, eppure quel paletto rimane.

Ad oggi credo che ci siano tre step che mi hanno fermata, che mi hanno ripresa dalla mia vita, allungando la mano verso di me e tirandomi a loro. Prima di questi credevo che gli eventi fossero diversi, allora dov’è la verità? La verità non c’è perché tutta la nostra vita influenza la nostra esistenza e il nostro futuro, a volte impercettibilmente, altre volte in maniera netta. A volte cambiamo, altre no perché ci sembra più semplice e sicuro rimanere chiusi in quello che eravamo.

Ovviamente parlo di eventi che fanno male, perché quelli che influenzano positivamente il nostro essere spesso vengono lasciati in disparte, come se non fossero importanti. O almeno questo è quello che capita a me.

“Come va?” ti chiedono “Come al solito” rispondi un po’ abbattuta, come se la routine sia sorpassata, come se la normalità sia vana. Poi ti ritrovi a lottare contro una mano che ti tira giù e allora vedi quanto è bella la normalità. Nella normalità non sei né felice, né triste, sei solo tu, con i tuoi pensieri e le stesse cose da fare…

Stamattina mi è capitato di sentire alla radio “Mai come ieri” di Carmen Consoli

perché essere felici
per una vita intera
sarebbe quasi insopportabile

Io nel sentire questa frase ho sorriso. È vera. È vero!

Se passassimo l’esistenza ad essere felici alla fine anche la felicità sarebbe sorpassata.

La normalità invece si pone nella terra di mezzo e credo ci sia bisogno di essa per riconoscere e fare una migliore distinzione tra il bene e il male a cui andiamo incontro.

Sto divagando come mio solito. Ero partita dal prima e dopo, ma sono fatta così: inizio da un concetto, arrivo ad un altro e alla fine dico, scrivo, faccio e non arrivo al punto, perché il punto finale in realtà non c’è.

Esistono questi eventi che ti segnano. Tu inizi a pensare al prima e al dopo. Inizi a pensare a quello che sarebbe potuto essere se, ma con i se e con i ma, come si dice, non ci si fa nulla. Pensi a tutte le cose non fatte nel passato, quando tutto andava bene (?!), nel prima e ti butti giù, ti lambicchi il cervello, cercando un modo per sentirti meno in colpa verso te stessa e invece non puoi farci nulla. Le cose accadono e ti prendono durante il cammino, ti danno pugni allo stomaco, togliendoti il respiro, per poi spingerti a chiuderti in un sogno che cerchi con tutta te stessa per essere felice e invece niente, rimani intrappolata nella tua realtà, senza capire che anche nel dopo potresti fare, dire, scrivere, imparare. La ricerca continua, anche se non te ne accorgi, troppo chiusa nella tua bolla.

Poi finalmente arriva un giorno in cui il prima viene visto in chiave diversa.

È sempre lì, è sempre presente anche se è passato, ma tu puoi tornarci con la mente, puoi ripensarci e allora vedi anche che non è stato sempre tutto rose e fiori, anche nel prima c’erano cose che non andavano e sai perché? Perché quel prima era un dopo di un prima precedente, pensaci, è così. In futuro arriverà un altro paletto, un’altra striscia bianca che indicherà il prima (oggi) che tu vedi in maniera sfocata e il dopo (il futuro) in cui troverai sicuramente qualcosa che non va, trascinata da quella striscia bianca, da quella barriera invisibile, che invece è ben presente in te.

E allora ha senso continuare a dire “Prima”, “Non doveva andare così”, “Era tutto diverso”? A questo punto forse no… Il prima ci sarà sempre, anche ora, rispetto a cinque minuti fa…

Probabilmente ci sentiremo sempre in colpa verso noi stessi, responsabili delle scelte sbagliate e delle occasioni mancate, ci continueremo ad arrabbiare con il destino beffardo che quando arriva arriva, ma con una consapevolezza diversa che ci spingerà ad andare avanti sempre e comunque.

Una sassolina

Nero e Bianco

“Guarda!” mi chiama Bianco.

Non ho voglia, sto schiacciando un pisolino e non ho intenzione di aprire gli occhi.

“Dai, Nero, svegliati e guarda!”

Faccio come mi dice e, seduta su Roccia, La vedo intenta a fissare il mare, mentre fuma una sigaretta.

Sembra triste.

“Sta lì da tanto tempo, ormai!”

“Il tempo è relativo!” dico io.

“Non ha fatto nulla da quando è arrivata, continua a guardare l’orizzonte e pensa!”

“Secondo me sta facendo più di quanto credi…”

“In che senso?”

“Da quanto tempo stiamo qui? Te lo ricordi?”

Non risponde, sembra stia cercando di ricordare…

“Da troppo tempo, così tanto che abbiamo terminato gli argomenti di cui parlare. Arriverà l’inverno e non sapremo più cosa raccontarci. Le persone non usciranno più, rimarranno chiuse dentro casa a ripararsi dal vento e dalla pioggia mentre noi resteremo sempre nello stesso posto.”

“Ok, stiamo qui da tanto, ma dove vuoi arrivare?”

“Secondo te noi non siamo cambiati? Non lo facciamo giorno dopo giorno?”

“Sì, poco a poco ci levighiamo…”

“Esattamente…”

Fisso la ragazza che ora sorride, forse presa da un suo pensiero che nessuno conosce.

“Lei è in continua evoluzione e se ha deciso di venire qui, probabilmente è solo perché ne aveva bisogno. Un momento di pausa dalla vita per poi rialzarsi e continuare il suo percorso.”

Lo sento annuire.

“Quindi vuoi dire che è come noi?”

“In parte sì. Sembra che stia ferma ma è in perenne trasformazione.”

Passano i minuti e la vedo rilassarsi.

Si è smussata anche lei.

Si butta giù e guarda il cielo.

“Vorrei essere come voi!” dice ad un tratto.

Allunga una mano e prende me e Bianco.

“Che strani che siete: due sassolini gemelli ma di colore opposto!”

Ha abbandonato lo sguardo accigliato e ora ci guarda sorridendo come una bambina.

Ci fissa ancora un po’ e il sorriso si allarga ulteriormente.

Capisco che ha trovato la sua risposta.

Chiude gli occhi un attimo e respira.

“Sono viva”